sabato 29 dicembre 2007

III. Dare da leggere, capitolo 49

Il tempo per leggere è sempre tempo rubato. (Come il tempo per scrivere, d'altronde, o il tempo per amare.)
Rubato a cosa?
Diciamo, al dovere di vivere.
E' forse questa la ragione per cui la metropolitana - assennato simbolo del suddetto dovere - finisce per essere la più grande biblioteca del mondo.
il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere.
[...]
La lettura non ha niente a che fare con l'organizzazione del tempo sociale. La lettura è, come l'amore, un modo di essere.
La questione non è di sapere se ho o non ho tempo per leggere (tempo che nessuno, d'altronde, mi darà), ma se mi concedo o no la gioia di essere lettore.
(Pennac, 'Comme un roman')

Momentaneamente ho tempo sia per leggere che per amare. Talvolta, devo anteporre a questi due momenti il dovere di vivere la vita che ho scelto, che implica dei doveri che in fondo sono piaceri, ma che occupano gran parte del tempo - non eterno - della giornata. Però, ho tempo. In fondo ho tempo anche per gli altri, ho tempo per me stessa. Tempo per parlare, per chiacchierare, per riflettere. Spesso trovo anche il tempo per scrivere.
Poco tempo resta per trovare il coraggio di affrontare discorsi difficili, discorsi spinosi, discorsi con delle conseguenze a lungo termine, discorsi che potrebbero cambiare me, cambiare chi li fa con me. Sono discorsi che meriterebbero più attenzione. Discorsi fondamentali per essere sereni completamente. Discorsi sui quali bisognerebbe concentrarsi ancora un po' prima di plasmarli, prima che sia troppo tardi per tornare indietro per correggerli.

domenica 16 dicembre 2007

Parte III, capitolo 4

Non ce l'aveva con me in particolare. Penso che, con metodo e ostinazione, odiasse il mondo. Tutto il mondo che stava fuori da quella casa e dalla sua polvere stantia.
Da quello spesso odore di infelicità.

(Carofiglio, 'Il passato è una terra straniera')

Sarà. Però una causa l'intolleranza ce l'ha sempre. Così come ha un inevitabile effetto, è indispensabile che abbia una ragione per esistere. Che sia un singolo gesto, che sia una parola, che sia un atteggiamento o una serie di comportamenti, l'Intolleranza - qualunque siano natura, forma e potenza - ha sempre e comunque la necessità di essere causata.
Un singolo gesto, una parola, un atteggiamento o una serie di comportamenti.
Un malessere individuale insanato.

sabato 8 dicembre 2007

Alla fiera dell'Est

Concluso è il tempo in cui, bambino, ascoltavi tuo padre cantare "alla fiera dell'Est per due soldi un topolino mio padre comprò...", e credevi che quella fiera fosse un luogo magico e incantato, da sognare e immaginare come se fosse impossibile da raggiungere. Un po' come volare.
Tu, bambino, sei ormai cresciuto e sai che quella fiera, in cui - anni fa - avresti voluto perderti, è oggi un luogo di perdizione, ma non perché tu sia avvolto da un'atmosfera magica che ti isola dal mondo e ti conduce ad un'estasi. Perché lì, ogni anno, annulli la tua identità di uomo, lasciandoti trasportare dalle masse di tuoi simili in un vortice di parole confuse, rumori assordati, odori caldi e talvolta fetori - se la pressione umana è elevata e la temperatura troppo alta.
Il più delle volte resti incantato a guardare una famigliola che con passeggino e pacchi stracolmi si accoda a tutti gli altri per passare tra le viuzze o i corridoi più stretti di questo luogo affollato. Il più delle volte guardi i bambini, pensando a quando sia invidiabile la loro innocente condizione di esseri ancora inconsapevoli di tutto lo stress che si cela dietro quelle bancarelle e in quei volti apparentemente spensierati di consumatori. E' lo stress da "oddio cosa devo regalare a Tizio", è lo stress che sempre più frequentemente si annida nelle menti di chi, come te, è stanco di vedere il Natale come una festa stupenda e un motivo di gioia, rovinato da cotanto consumismo, da tutto questo senso del dovere nel fare regali a persone alle quali il bene vorresti dimostrarlo in altro modo, oppure ad altre dalle quali ultimamente ti senti distante tanto da non avere l'ispirazione necessaria per partorire un'idea originale e calzante, e poi diversa dal solito, diversa dall'altro.
Insomma, ti senti un vero cretino a girare in mezzo a tante famiglie caciarone felici di "fiereggiare", mentre tu sei lì solo per farti ispirare, solo perché è una sorta di rito quello di cercare disperatamente i regali di Natale durante il ponte di Sant'Ambrogio.
E pensare, che un mese e mezzo fa avevi deciso che oggi saresti stato in vacanza, vacanza vera. Lontano da qui, lontano dal chiasso, lontano dallo stress che il Natale, più cresci, più porta con sé.
Saresti stato a Lisbona. Lontano da tutte queste fiere.

martedì 4 dicembre 2007

Italiano cafone?

Credo che andare all'estero (ma basterebbe allontanarsi dal proprio guscio di tradizioni quotidiane e familiari) sia un modo per entrare in contatto con usi e costumi un po' diversi dai propri, senza per questo radicarsi nella convinzione di avere usanze più o meno interessanti, civili e apprezzabili degli altri. Ma quando nelle mie emigrazioni estive mi trovo a fronteggiare un popolo di miei compatrioti assatanati, che si dimenano in uno stato di nudità quasi primitiva, lasciandosi andare ad atti e gesti poco consoni e troppo affini alle consuetudini sessuali delle fiere. ...quando mi trovo di fronte ad un gruppo di coloro che vengono solitamente definiti "burini di nazionalità italiana", in un'isola che con la mia patria non dovrebbe avere nulla a che vedere; quando il nettare degli dei (ossia la tanto amata birra) viene usato per bagnare i corpi nudi dei suddetti burini. Quando si verificano fenomeni di questo genere, allora sviluppo una serie di teorie sul "galateo del turista all'estero", di qualunque turista si tratti (in vacanza, in viaggio di lavoro, in gita scolastica, per caso).
Dato che le teorie e le norme di comportamento non sono - o almeno, non dovrebbero essere - unilaterali, diviene necessario per ogni buon turista che si rispetti metterle in pratica nel luogo di destinazione nello stesso modo in cui si vorrebbe che i turisti facessero nella nostra amata patria. Questo, secondo una certa logica, non vale per colui che non appare disturbato dalla presenza di un turista irrispettoso della sua nazione.
Detto ciò, secondo un buon codice di convivenza (assolutamente teorico), mi sembra lecito che io - nella mia città, sulla metropolitana della mia città, in mezzo a miei concittadini - possa leggere pacificamente seduta accanto ad altre persone, senza altro rumore di sottofondo che quello della ferraglia dei treni della tube milanese, il ronzio creato dai dialoghi degli altri passeggeri del mezzo, le eventuali note del suonatore di turno, la musica nelle mie orecchie. Mi sembra lecito, sarebbe lecito, sarebbe bello poterlo fare. E, in realtà, per quanto poco io usi i mezzi di trasporto, posso affermare di essere stata fino ad ora fortunata in materia, avendo spesso avuto l'opportunità di tornare a casa, dopo una lunga giornata di lavoro, comodamente seduta in un vagone anche piuttosto pieno nell'ora di punta, leggendo pagine del romanzo di turno.
Fino ad ora, fino alle 18 di stasera, quando - mentre ero intenta a leggere, comodamente seduta - tutto il mio vagone è stato sommerso da una mandria di esseri bianchicci, proveniente dall'area nord del Regno Unito. Un gruppo di Scozzesi, non troppo sobri, si è riversato nel mio vagone della metropolitana, ma non è stato capace di farlo silenziosamente ed educatamente. "E poi dicono degli Italiani" è stata la banalità che mi è passata per la testa quando il più sbronzo di tutti ha cominciato a gridare note stonate di una canzone a me sconosciuta, che avrebbe potuto benissimo essere uno "sfottò" pieno di insulti e denigrazioni verso la squadra avversaria di quella scozzese di cui i suddetti bianchicci erano evidenti tifosi sfegatati. Con le loro sciarpe bianche verdi e gialle avrebbero potuto risultare simpatici, con le loro gote rosee e anche un po' troppo arrossate dall'alcool avrebbero potuto suscitare ilarità - cosa che in parte hanno fatto! - ...ma diciamo che l'approccio caotico e un po' maleducato che gli amici Scozzesi hanno avuto nei confronti della metropolitana milanese con i suoi passeggeri milanesi (già di natura poco disposti al sorriso) non è stata la scelta migliore che la popolazione nordica e isolana in questione potesse fare. Che i tifosi del gioco del calcio fossero dei simpatici e buffi caciaroni, già si sapeva, così come già era ben noto che la Gran Bretagna sfornasse simpatici soggetti un po' rubicondi per via dell'alcool che è solito colorire le loro altrimenti bianchicce guance. Ma diciamo che il mio incontro odierno con entrambe queste due categorie umane (o meglio, dis-umane), a me non troppo congeniali - il Tifoso e lo Sbevazzone Britannico - non è stato amichevole. Tornando alle sei del tardo pomeriggio, dopo una giornata molto faticosa, stanca, un po' assonnata e tanto desiderosa di rilassarmi anche sulla metropolitana leggendo il mio romanzo, non ho provato troppa gioia nel sentirmi frastornata dall'ubriaco scozzese di turno, che ho odiato fin da subito. Si potrebbe dire che non gli ho offerto in perfetto inglese il mio posto a sedere: me lo sono tenuta stretto e poi, ahimè!, sono anche dovuta scendere con i tifosi assatanati, che si stavano dirigendo in processione a San Siro per assistere alla partita per cui avevano volato fino alla nostra città lombarda per poi salire sulla mia metropolitana.
A dire il vero, con i miei amici scozzesi ho trascorso solo dieci minuti della mia lunghissima e interminabile giornata, ma sono bastati per farmi capire non tanto quanto io sia intollerante sotto Natale (ma questa è un'altra storia...), quanto piuttosto il mio alto livello di intolleranza verso le persone che non mostrano alcun rispetto per il vicino, per l'ospite, sia l'ospitante che l'ospitato. In questo caso nei confronti dell'ospitante, i nostri simpatici ospiti scozzesi si sono comportati da veri "italiani all'estero".
Senza troppa teorizzazione e regolarizzazione, senza paletti e schemi eccessivi ed eccessivamente restrittivi, bisognerebbe provare a mettere in pratica il rispetto per l'ospite (come vox media di ospitante e ospitato) per una migliore convivenza in generale.

domenica 2 dicembre 2007

Exordium

Forse Mr. Murdoch (proprietario di un vasto gruppo economico nel settore dei mezzi di comunicazione di massa e, perciò, colui che detiene il controllo della News Corporation, nonché magnate-guida di Sky Italia) sarebbe fiero di me che ho ceduto alla tecnologia e alla forma di comunicazione, diciamo di massa, del BLOG (da "web-log", ossia "tracce sulla rete").
Di sicuro si congratulerebbe con me per tutti i profili che ho creato sul web, per aver contribuito al progresso tecnologico. Con me? Non credo di essere abbastanza avanti nel campo della tecnologia per meritarmi un simile onore, anche perché - detto tra noi - chissene frega.

Diciamo che la creazione è il risultato (a lungo meditato) di altre spinte che assomigliano più ad un irrefrenabile desiderio di scrivere ed esprimere, di condividere e leggere, più che di aiutare il progresso della grande Macchina della Tecnologia, la quale a sua volta tende a non aiutarmi molto: anzi, si direbbe che preferisca schiacciarmi.
Insomma, tendenzialmente non si va d'accordo. Immagino si possa dire che la colpa non è totalmente mia. E' lei il monstrum che finge di interessarsi a me, ma non fa alcuno sforzo per disvelarsi alla mia mens, che sarebbe anche ben disposta ad accogliere il suo mondo. Ecco, mi torna alla memoria Parmenide - e quello che sto per dire è già tanto, perché ho ben pochi ricordi della filosofia dell'epoca liceale. Egli sosteneva una cosa del tipo "è la Verità che si disvela..." (e me lo ricordo unicamente per merito di una prof che amava mimare il suddetto "disvelamento della verità", nascondendosi lei stessa dietro lo scialle e uscendone in modo molto teatrale per farci capire pratica-mente come agiva la verità rispetto all'uomo). Bé, insomma, stando a quanto credeva il filosofo greco (e a quanto, quindi, mimava la prof in classe), si direbbe che se la Grande Tecnologia di mister Murdoch non mi si disvela, significa che evidente-mente Essa non è la Verità.
Dunque, penso che me ne farò una ragione!